13 NOVEMBRE 2015

15:49

NOTIZIA DI ECONOMIA

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13 NOVEMBRE 2015 - 15:49


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EMILIA-ROMAGNA: Chiusi in cinque anni 325 sportelli bancari

Dal 2010 ad oggi in Emilia-Romagna sono stati chiusi ben 325 sportelli bancari. Numeri ingenti, sebbene nel 2014 il trend segni comunque un rallentamento delle cessazioni: 89 contro le 157 del 2013, anno in cui si è toccato il massimo numero di chiusure. E’ quanto risulta dai dati elaborati dal sindacato dei lavoratori di banca della Cisl. Una diminuzione delle agenzie del credito fisiologica, commenta il sindacato, se pensiamo all’uso di internet, dei bancomat e al fatto che qualche sportello è stato aperto dalle banche un po’ troppo frettolosamente nella corsa alla presenza sul territorio, senza un approfondimento delle reali possibilità di mercato. Difatti, con 3.220 sportelli bancari l’Emilia-Romagna è ancora oggi la terza regione in Italia, dopo Trentino e la Valle d’Aosta, per maggiore presenza in rapporto ai propri abitanti: uno sportello bancario ogni 1.381 abitanti, contro la media nazionale di uno ogni 1.977 e quella dell’Eurozona di uno ogni 2.133 residenti. In particolare la Romagna si distingue ancora per la capillarità delle agenzie del credito, numeri da record si hanno nei comprensori di Rimini (una dipendenza ogni 1.206 abitanti), Forlì-Cesena (una ogni 1.237) e Ravenna (una ogni 1.248), che sono rispettivamente al quinto, sesto e settimo posto della classifica nazionale. Nonostante questo, grazie agli enormi sacrifici economici dei lavoratori, sottolinea la Cisl, siamo riusciti a mantenere l’occupazione: alcune aziende di credito sono tornate in bonis, altre sono state cedute ad altre banche. Ma i posti di lavoro finora si sono tenuti e naturalmente ci adopereremo affinché anche le crisi occupazionali in corso possano risolversi con la stessa attenzione per i lavoratori, proprio come sta avvenendo nei numerosi casi riguardanti l’Emilia-Romagna.




ALTRE NOTIZIE DI ECONOMIA

EMILIA-ROMAGNA: Giovani imprenditori, il Manifesto della Scuola politica cooperativa

Formare una nuova generazione di cooperatori capace di affrontare le trasformazioni economiche e sociali, assumere responsabilità nelle imprese e contribuire alla rappresentanza del movimento cooperativo. È l'obiettivo del percorso promosso da Confcooperative Emilia-Romagna e dal Gruppo Giovani Imprenditori, che ha portato alla presentazione del Manifesto della Scuola politica cooperativa. Il documento nasce dall'esperienza della prima edizione della scuola, organizzata nell'ottobre 2025 a Monte Sole, nel territorio di Marzabotto, dove oltre 30 giovani tra imprenditori, dirigenti e collaboratori di cooperative provenienti da tutta la regione si sono confrontati sui principali cambiamenti in atto nella società e nell'economia. «Il futuro della cooperazione dipende certamente dalla capacità delle nostre imprese di essere competitive, ma anche dalla qualità delle persone che saranno chiamate a guidarle e a rappresentarle», sottolinea il presidente di Confcooperative Emilia-Romagna, Francesco Milza. Per Milza, il ricambio generazionale «non può essere ridotto a un semplice passaggio di testimone», ma deve mettere in relazione esperienza e innovazione, creando «concretamente le condizioni perché le nuove generazioni possano assumere responsabilità, anche negli organi amministrativi delle cooperative e nei luoghi della rappresentanza». La presentazione del Manifesto si è svolta al Palazzo della Cooperazione di Bologna, in occasione della prima riunione dopo la pausa estiva del Gruppo Giovani Imprenditori, che ha anche definito le linee di lavoro per i prossimi mesi. La Scuola politica cooperativa, dal titolo "La cooperazione che si fa istituzione", era stata organizzata negli spazi della cooperativa di comunità Il Poggiolo – Rifugio Re_esistente, in collaborazione con AICCON. Il programma aveva affrontato temi quali disuguaglianze ed economia sociale, migrazioni, amministrazione e democrazia, neomutualismo digitale, filiere produttive e distretti cooperativi. «Quell'esperienza ci ha confermato quanto sia urgente tornare a parlare di politica nel senso più ampio del termine e della funzione politico-sindacale che un'associazione come la nostra è chiamata a esercitare», afferma Eduardo Raia, presidente dei Giovani Imprenditori di Confcooperative Emilia-Romagna. L'obiettivo, spiega, è comprendere le cause delle disuguaglianze e contribuire alla costruzione «di un sistema economico e sociale più giusto». Il Manifesto, redatto da AICCON e curato da Andrea Baldazzini, responsabile dell'Area Welfare ed Economia Sociale, raccoglie e sviluppa le riflessioni emerse durante la scuola, proponendo una riflessione sul futuro della rappresentanza cooperativa. Al lavoro hanno contribuito, tra gli altri, il direttore di Confcooperative Emilia-Romagna Pierlorenzo Rossi, Andrea Sangiorgi, presidente dei Giovani Imprenditori di Confcooperative, il funzionario con delega ai giovani Davide Pieri, Francesca Battistoni di Social Seed e il direttore di AICCON Paolo Venturi, oltre ad alcuni partecipanti alla prima edizione. Tra le proposte emerge anche un nuovo modello di formazione alla rappresentanza cooperativa, basato su quattro elementi: coscienza di luogo, apertura al confronto con realtà esterne al mondo cooperativo, prospettiva intergenerazionale e valorizzazione dell'informalità e della residenzialità. «La capacità del movimento cooperativo di costruire il proprio futuro passa dall'innovazione imprenditoriale, ma anche da quella della rappresentanza», osserva Baldazzini, secondo cui «sfide sistemiche richiedono risposte sistemiche» e quindi una rappresentanza capace di rinnovarsi. Il percorso non si fermerà alla prima edizione. Confcooperative Emilia-Romagna e il Gruppo Giovani Imprenditori stanno infatti lavorando alla seconda edizione della Scuola politica cooperativa, prevista tra l'autunno e l'inverno del 2026, con l'obiettivo di dare continuità all'esperienza avviata a Monte Sole.